Essere trans – La storia di Matteo

Essere trans – La storia di Matteo

Quella di Matteo, come molte, è una storia difficile, ma il suo coraggio può aiutare i giovani trans nel processo di coming out ed accettazione.

“Ho fatto le scuole elementari e medie in un paesino della Brianza. Ero un ragazzo semplice, dalle buone maniere, piuttosto solitario e restio a partecipare ai giochi del gruppo. Avevo solo due o tre selezionatissimi amici e non mi relazionavo che con loro. Al tempo non avevo la minima idea di cosa significasse essere trans, delle possibilità di esistenza di un’identità trans-genere. A scuola ci insegnavano l’azzurro per i maschietti ed il rosa per le femminucce, non esisteva nient’altro oltre che uomo e donna.

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A quel tempo d’altronde mi sentivo un ragazzo e non avevo ancora avuto le prime avvisaglie che il mio corpo poteva cambiare, assumendo sembianze femminili.
Fu a tredici anni che ebbi la prima rivelazione. Guardando la tv, durante un film, apparve un personaggio trans e per la prima volta capii, quasi in modo empatico, che le persone non per forza erano da includere in quelle due categorie: M e F. Forse qualcuno poteva identificarsi in qualcosa di diverso rispetto al sesso che gli era stato attribuito alla nascita…

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All’improvviso mi si aprì davanti un mondo. Cominciai a cercare più informazioni su internet e man mano che ne sapevo di più, sentivo un senso di libertà che mi riscaldava il cuore. Non avevo ancora niente di chiaro in testa – tutt’altro, ma diciamo che cominciavo ad oscillare, a non sentirmi più solamente maschio. Più che altro quella rivelazione, dell’esistenza di una terza via, mi aveva liberato di un grosso peso. Fino a quel punto, infatti, sentirsi maschio per me aveva significato un enorme impegno, un compito che, fino all’ultimo, avevo considerato al di sopra delle mie possibilità.

Piano piano cominciai a cambiare il mio modo di vestirmi. Avevo quindici anni e cominciavo a fare i primi acquisti da solo. Presi a comprare abiti unisex, abbastanza attillati e senza alcun chiaro riferimento maschile o femminile. Così, puntuali, cominciarono ad arrivare i primi dileggi. “Ma cos’è, un maschio o una femmina!?” sentivo borbottare i miei compagni a ricreazione. Quelle voci, che mi risuonavano nella testa giorno e notte, mi avrebbero assillato molto negli anni a venire.

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I problemi aumentarono quando cominciai ad evitare i bagni e gli spogliatoi maschili. Se vedevo delle nudità di uomo mi sentivo impallidire, mi vergognavo, svenivo. Ne parlai con il professore di educazione fisica in privato la prima volta, ma lui con estremo tatto tenne una sorta di conferenza a reti unificate in cui annunciava a tutta la scuola della mia decisione. Come fare, si chiedeva il prof che stava contribuendo alla mia voglia di farmi sotterrare vivo… La decisione fu presa in questo modo: avrei utilizzato i bagni e lo spogliatoio delle donne, però a patto che fossero vuoti. D’altronde geneticamente ero ancora un uomo e come tale dovevo comportarmi.

Fu, molti anni dopo che maturai l’idea di fare il grande passo, di cambiare nome. Nel farlo, ebbi una spinta verso l’esterno, per condividere questa mia scelta con qualcuno che forse avrebbe potuto aiutarmi. Non cercavo tanto conferme, quanto un minimo livello di tolleranza verso le mie scelte e, perché no, anche di condivisione. Mandai così un messaggio Facebook ad una decina di amici ed amiche di scuola, dicendo loro che volevo essere un ragazza e chiedevo se da quel momento in poi avessero potuto chiamarmi con il mio nuovo nome: Maria. Certo, non risposero tutti, ma quei tre o quattro messaggi di ritorno che arrivarono mi scaldarono il cuore e mi convinsero ad andare avanti…”

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